Il Museo che continua a parlare.
Una lettura organizzativa del Museo Egizio di Torino, a margine di una serata Lions.
Queste riflessioni nascono da una serata organizzata dai Lions a fini benefici. Non sono una cronaca neutra della conferenza, né pretendono di sostituire il lavoro degli storici e degli egittologi. Sono piuttosto il tentativo di ascoltare una grande storia culturale con lo sguardo di chi lavora sulle organizzazioni: sulle decisioni che le fanno nascere, sulle responsabilità che le tengono vive, sulla reputazione che si costruisce nel tempo e sul cambiamento che, quando è serio, non cancella l’identità ma la rimette in movimento.




Il Museo Egizio di Torino, a guardarlo da fuori, sembra una certezza. Sta lì da due secoli, immerso in quella parte della città dove tutto sembra ordinato, saldo, quasi inevitabile. È uno di quei luoghi che chi vive a Torino finisce per dare per acquisiti: ci si entra da bambini in una visita scolastica, ci si torna da adulti con uno sguardo diverso, lo si consiglia a chi arriva da fuori quasi come si farebbe con una piazza o con un panorama. Eppure la storia che l’ha portato fin lì, dentro quella città e dentro quella forma istituzionale, non ha nulla di lineare, nulla di tranquillo, nulla di scontato. È una storia che comincia in guerra, attraversa l’ambizione delle potenze europee, passa per la febbre culturale dell’Ottocento, per l’ostinazione degli studiosi, per i deserti egiziani, per le raccolte dei diplomatici, per le missioni archeologiche, e arriva fino a una domanda che oggi è ancora viva: come si tiene davvero in vita un museo che porta sulle spalle duecento anni di storia?
Per capire il Museo Egizio, bisogna partire molto prima del museo. Bisogna tornare al 1798, quando una flotta francese lascia Marsiglia e prende il largo verso il Mediterraneo orientale. Per settimane la destinazione resta avvolta da voci, equivoci, supposizioni: qualcuno pensa alla Russia, qualcuno immagina altre rotte, ma la verità si chiarisce solo quando le navi arrivano davanti alle coste dell’Egitto. Quello che sta accadendo è una spedizione militare, e ridurla a “spedizione scientifica” significherebbe addolcire il primo nucleo di questa storia. È guerra, e guerra dura. I francesi sbarcano in un clima che li travolge: il caldo è feroce, le uniformi sono inadatte, le zanzare infestano le zone umide del Nilo, molti soldati si ammalano di malaria. La battaglia delle Piramidi lascia sul terreno migliaia di morti. L’Egitto, prima di diventare un campo di studio, si presenta come un campo di violenza.
Eppure, proprio dentro quella guerra, prende forma qualcosa che cambierà il modo in cui l’Europa guarda al passato. Napoleone non parte soltanto con l’esercito. Porta con sé centosessantasette savants, studiosi di discipline diverse: matematici, ingegneri, naturalisti, linguisti, disegnatori. Uomini chiamati non a combattere ma a osservare, misurare, copiare, descrivere. È un gesto che contiene già una visione del potere: la conquista non basta, bisogna anche inventariare, leggere, classificare. Così mentre la campagna militare procede, si sviluppa una gigantesca impresa di conoscenza. Templi, iscrizioni, statue, paesaggi, tecniche costruttive, flora e fauna diventano materia di studio sistematico. Da quel lavoro nascerà la Description de l’Égypte, il grande libro che restituirà all’Europa un’immagine nuova dell’antico Egitto e che scatenerà un’ondata culturale destinata a durare a lungo.
Quando la spedizione francese viene sconfitta ad Abukir e gli inglesi assumono il controllo della situazione, la battaglia si sposta immediatamente dal piano militare a quello simbolico e scientifico. Gli inglesi vogliono le antichità raccolte durante la campagna: per questo la Stele di Rosetta finirà a Londra. Ma chiedono anche gli appunti degli studiosi, i quaderni su cui sono stati annotati rilievi, copie di iscrizioni, osservazioni sui monumenti. È qui che la storia, per un momento, prende un tono quasi teatrale: meglio veder affondare quei materiali nel Nilo che consegnarli al nemico. La minaccia di distruggere gli appunti pur di non cederli agli inglesi restituisce bene il punto: la posta in gioco non riguarda soltanto il possesso degli oggetti, ma anche il controllo sul racconto del passato. Alla fine quegli appunti rientrano in Francia e da lì prende forma la Description de l’Égypte. Con quella pubblicazione l’Europa non eredita solo immagini dell’Egitto, ma una nuova fame di Egitto. L’egittomania esplode: templi, obelischi, sfingi, geroglifici entrano nell’architettura, nell’arte, nelle conversazioni colte, nei desideri di chi vuole partecipare a quella riscoperta.
Questa ondata, però, non si spiega solo con l’effetto delle immagini e delle scoperte. C’è dietro una lunga disposizione culturale europea a guardare l’Egitto come qualcosa di speciale. Qui entra un passaggio che nella lezione ha un fascino particolare, perché allarga il campo all’indietro, ben prima di Napoleone, e lo fa attraverso Platone. Nelle Leggi e nella Politeia l’arte può apparire come qualcosa di pericoloso, qualcosa che corrompe, che disordina, che seduce nel modo sbagliato. Eppure l’arte egizia fa eccezione. Non vive della semplice imitazione dell’imitazione, non rincorre l’apparenza, ma cattura il logos nella pietra, fissa l’ordine, la forma, la permanenza. È un passaggio importante perché spiega bene perché, quando l’Europa moderna ritrova l’Egitto, non ritrova soltanto un mondo pittoresco o un repertorio decorativo. Ritrova una civiltà che appare come struttura, misura, durata, e proprio per questo esercita una presa così forte. L’Egitto non torna in scena come curiosità. Torna come autorità.
Dentro questo clima si muove Bernardino Drovetti, figura centrale e insieme ambigua, com’è spesso chi agisce nei passaggi storici in cui diplomazia, collezionismo e politica si intrecciano. Piemontese, formatosi in Francia, poi avviato alla carriera diplomatica in Egitto, vicino a Muhammad Ali, Drovetti capisce benissimo la direzione in cui si sta muovendo l’Europa. Tra il 1816 e il 1819 mette insieme una collezione immensa, circa seimila antichità, che tenta poi di vendere sul mercato internazionale. La porta a Livorno, la offre alla Russia, che giudica l’operazione troppo costosa; la guarda con interesse la Francia, che però nella fase post-napoleonica si ritrae anche per timori legati agli effetti che una massa così importante di antichità egizie potrebbe avere sulla lettura biblica della storia. È uno di quei momenti in cui le grandi potenze esitano. E proprio per questo la storia prende una piega inattesa.
A intuire il valore culturale e politico di quella collezione è il piccolo Regno di Sardegna. Qui il racconto non ha il tono dell’eroismo nazionalistico, ma quello più interessante delle decisioni apparentemente sproporzionate. Un piccolo Stato che decide di investire in qualcosa che lo supera. Prima Vittorio Emanuele I prova a comprare la collezione nel 1821, ma i moti lo travolgono e la trattativa si interrompe. Poi la discussione riprende sotto Carlo Felice. In quelle settimane il ruolo di Prospero Balbo e di Cesare Balbo è fondamentale, perché hanno chiaro che non si tratta semplicemente di acquistare oggetti. Si tratta di dare a Torino una centralità culturale europea. La collezione viene acquistata e nel 1824 nasce il Museo Egizio di Torino. In quel momento nessuno può sapere con esattezza cosa diventerà, ma una cosa è già chiara: la città ha compiuto una scelta che la legherà per sempre a un passato che non le apparteneva geograficamente e che però da quel momento entrerà nella sua identità. Quella decisione, in realtà, viene pensata fin dall’inizio con una portata molto più grande di quanto oggi si immagini. Nelle parole di Cesare Balbo e di Prospero Balbo l’acquisto della collezione Drovetti non è soltanto una buona operazione culturale: è la possibilità di dare a Torino una statura europea, di collocarla dentro una geografia alta del sapere. In filigrana si intravede già un’idea di Italia costruita anche attraverso i suoi centri simbolici: Torino con l’Egitto, Firenze con l’arte, Roma con l’antico classico. È un passaggio importante perché restituisce alla nascita del museo la sua vera scala. Non un gesto colto di corte, non un accumulo di oggetti preziosi, ma una decisione strategica sul prestigio, sulla cultura e sulla forma che una città può assumere nel tempo.
Letto con occhi organizzativi, questo passaggio è già molto più di una vicenda museale. È il momento in cui un investimento culturale diventa una scelta di posizionamento: non acquistare semplicemente una collezione, ma costruire una traiettoria di identità, prestigio e responsabilità. Nelle imprese accade qualcosa di simile quando una decisione apparentemente laterale cambia il perimetro di ciò che l’organizzazione può diventare. A posteriori tutto sembra coerente; nel momento in cui accade, invece, è spesso soltanto una scommessa più grande delle risorse disponibili.
Anche questo legame tra Torino e l’Egitto, però, non è del tutto nuovo. Nella lezione emerge una storia meno nota e molto affascinante: prima ancora che esistesse il museo, Torino aveva coltivato una sorta di immaginazione egizia di sé. I Savoia avevano costruito un mito delle origini che legava la città al mondo egizio, tra il toro Hapi e l’idea di una fondazione antichissima; nel 1746 a Industria, presso Monteu da Po, viene individuato un tempio dedicato a Iside; nel 1759 parte una spedizione finanziata dai Savoia e guidata da Vitaliano Donati. È come se il terreno culturale fosse già preparato, come se la città avesse da tempo una predisposizione a riconoscersi in quel mondo. L’arrivo della collezione Drovetti non cade nel vuoto: cade dentro una lunga familiarità simbolica che la storia del museo erediterà e renderà concreta.
Il passaggio decisivo avviene nel giugno del 1824, quando Torino riceve la visita di Jean-François Champollion. Arriva il 9 giugno, in un momento in cui la decifrazione dei geroglifici ha appena aperto un mondo e in cui ogni iscrizione conservata nelle collezioni europee può finalmente smettere di essere muta. La sua presenza è fondamentale, perché in quel momento l’antico Egitto smette davvero di essere un grande archivio muto. Champollion ha appena aperto la porta dei geroglifici, e con quella porta si apre un mondo. Quando arriva a Torino, però, la sua reazione non è semplicemente entusiasta. C’è anche un fastidio, quasi un risentimento. Gli sembra assurdo che una collezione di quella portata sia finita in Italia, convinto com’è che in Francia sarebbe stata studiata e pubblicata più rapidamente. In questo c’è qualcosa di irritante e insieme prezioso, perché costringe il museo a prendere su di sé una responsabilità scientifica altissima. La frase celebre sulla strada per Menfi e Tebe che passa da Torino non cancella la polemica iniziale, la accompagna. Ed è proprio da questa doppiezza che nasce il destino del museo: Torino non può limitarsi ad avere una grande collezione, deve dimostrare di meritarsela studiandola, facendola parlare, trasformandola in un centro di ricerca.
Da qui in avanti la storia del museo smette definitivamente di essere la storia di una raccolta e diventa la storia di una responsabilità. Le sale torinesi custodiscono una quantità straordinaria di materiali, ma una collezione, da sola, rischia sempre di irrigidirsi. È su questo crinale che entrerà in scena Ernesto Schiaparelli, e con lui il museo deciderà che la strada per restare vivo passa di nuovo dal deserto.
Ernesto Schiaparelli entra nella storia del Museo Egizio in un momento in cui il prestigio della collezione torinese è già evidente, ma proprio per questo rischia di trasformarsi in una rendita. Negli ultimi decenni dell’Ottocento le grandi capitali europee stanno ampliando le loro raccolte grazie agli scavi, Berlino cresce, Londra cresce, Parigi cresce, Vienna e Leiden consolidano le loro posizioni. Torino possiede una collezione straordinaria, ma una collezione da sola non basta più. Per restare viva deve tornare alla sua sorgente, deve smettere di essere soltanto il luogo dove arrivano gli oggetti e diventare di nuovo il luogo da cui la ricerca parte.
Schiaparelli lo capisce subito. È stato direttore del Museo Egizio di Firenze, ha studiato in Francia con Gaston Maspero, conosce il mondo egittologico dall’interno e sa bene che la vera forza di un museo non si misura solo dal valore dei reperti già custoditi, ma dalla capacità di continuare a produrre conoscenza. Per questo, quando arriva a Torino nel 1894, non si limita a prendersi cura della collezione esistente. Comincia a immaginare un museo che torni a scavare in Egitto, che non viva soltanto dell’eredità Drovetti, ma che si metta di nuovo in cammino.
La sua prima mossa è quasi diplomatica prima ancora che archeologica. Va in Egitto, parla con Maspero, che nel frattempo è diventato direttore del Service des Antiquités, e ottiene una possibilità enorme: un permesso di scavo su tutto il territorio egiziano. È una notizia che in un altro contesto avrebbe acceso immediatamente il sostegno politico di un paese. In Italia, invece, prende una strada diversa. Schiaparelli torna e si rivolge al Ministero della Pubblica Istruzione, spiegando che il paese ha davanti un’occasione straordinaria. La risposta è disarmante nella sua familiarità: non ci sono soldi. Tenta allora con il Ministero degli Esteri. Anche lì niente: mancano i fondi, e comunque la questione non rientra nelle competenze. In questo passaggio la storia del museo si lega a qualcosa di molto italiano, a quella miscela di lungimiranza personale e miopia istituzionale che spesso obbliga le imprese culturali più importanti a sopravvivere grazie alla tenacia di singole persone.
Schiaparelli, però, non si ferma. E alla fine succede ciò che rende questa vicenda ancora più significativa: sarà la Corona a finanziare gli scavi, attraverso Vittorio Emanuele III, con 24.000 lire. Il Museo Egizio torna così nel deserto grazie a una decisione che unisce memoria dinastica, prestigio culturale e senso storico della posta in gioco. Da quel momento il museo non è più soltanto una delle grandi raccolte europee. Diventa una macchina di ricerca. E Schiaparelli diventa il direttore che cambia la sua natura una seconda volta.
Il dato che rende visibile questa trasformazione è impressionante. Alla collezione originaria di circa seimila oggetti, Schiaparelli ne aggiunge circa cinquantamila. Ma non è solo una questione di quantità. Il suo genio sta altrove, nel modo in cui decide di scavare. Non si limita ai luoghi già celebri, a Giza o a Tebe, dove la grande storia sembra garantire da sola la centralità del ritrovamento. Va anche nelle aree periferiche, nelle zone provinciali, in siti che sembrano meno gloriosi e che proprio per questo gli permettono di restituire un’immagine dell’Egitto più ampia, più varia, meno schiacciata sulle poche icone che l’Europa ha già imparato ad amare. Torino diventa così una collezione quasi unica, perché l’Egitto che vi entra non è soltanto quello dei grandi monumenti, ma anche quello dei margini, delle differenze regionali, delle gradazioni della vita storica.
È in questo contesto che si colloca una delle scoperte più emozionanti di tutta la storia del museo: la tomba di Kha e Merit. Qui la vicenda cambia tono. Non siamo più soltanto nel grande racconto delle istituzioni, dei ministri, dei permessi e delle collezioni. Siamo davanti alla possibilità di entrare nella vita concreta di due persone vissute tremila anni fa. Kha era un architetto al servizio del faraone, uno di quegli uomini che costruivano, organizzavano, progettavano nel cuore di una civiltà che sapeva dare forma monumentale al potere e alla morte. La sua tomba, trovata a Deir el-Medina, non offre il fascino accecante di un tesoro regale, ma qualcosa di molto più raro: la continuità intatta di una vita. Mobili, tessuti, utensili, papiri, contenitori, oggetti domestici, strumenti di lavoro. Tutto parla di gesti quotidiani, di una casa, di una relazione, di un modo di abitare il mondo.
È difficile rendere a parole l’effetto di una scoperta del genere. Perché non si tratta soltanto di trovare oggetti ben conservati, ma di essere messi davanti a una densità umana che attraversa il tempo. Kha e Merit cessano di essere nomi antichi e tornano a essere quasi presenze. E il museo, portando a Torino quella tomba e quel corredo, cambia una terza volta. Aggiunge alla storia dei faraoni la vita di una famiglia. Alla solennità del monumentale affianca la precisione del quotidiano. Ed è un passaggio cruciale, perché da quel momento il Museo Egizio diventa anche un luogo in cui il visitatore può intuire l’Egitto non solo come grande civiltà della regalità e della morte, ma come società abitata da persone che lavorano, si vestono, scrivono, progettano, amano, organizzano i propri oggetti e il proprio spazio.
Questa continuità tra chi ha diretto il museo in passato e chi lo governa oggi non è soltanto un fatto istituzionale. Nella lezione emerge come una vera genealogia umana. È qui che compare la figura di Silvio Curto, altro grande direttore, che rappresenta il ponte vivente tra il museo del Novecento e quello contemporaneo. C’è un episodio che nella serata aveva la forza di una scena domestica e insieme simbolica: il nuovo direttore prende servizio e, pochi giorni dopo, riceve una telefonata. Dall’altra parte c’è Curto, novantaseienne, che lo invita a casa a cena con la moglie. Non è soltanto un gesto di cortesia. È un passaggio di consegne. Curto mostra i suoi quaderni, gli appunti di una vita, il deposito di memoria intellettuale di chi ha lavorato nel museo dal 1946 al 1981. In quella scena c’è una delle verità più belle sulla cultura: le istituzioni sopravvivono perché a un certo punto qualcuno consegna a qualcun altro non solo un ruolo, ma un patrimonio di attenzione, di metodo, di cura.
Qui c’è anche un tema che nelle aziende viene spesso nominato troppo tardi: la trasmissione della conoscenza tacita. I quaderni, le telefonate, le cene, i passaggi di consegne informali non sono folclore organizzativo. Sono infrastruttura invisibile. Quando si interrompono, un’istituzione perde più di una persona: perde il modo in cui quella persona sapeva guardare le cose, riconoscere i segnali deboli, custodire criteri, evitare errori già commessi. Anche in questo il museo parla a qualunque organizzazione: la continuità non vive nelle procedure da sole, ma nella qualità dei passaggi umani che rendono quelle procedure intelligenti.
È nello stesso blocco narrativo che si colloca il celebre episodio del “Ma sarà brutto lei?”. Qui il museo esce dalla solennità e mostra un lato affettuosamente umano. Curto racconta di trovarsi nel suo ufficio quando sente un trambusto nelle sale. Va a vedere e si trova davanti un custode che sta litigando con una coppia di visitatori. Il motivo è quasi comico: la moglie guarda una statuetta di Bes e commenta che deve trattarsi di una divinità, il marito ribatte che una divinità non può essere così brutta. Il custode, prendendo la cosa come un’offesa personale alla collezione, sbotta: “Ma sarà bello lei?”. Da questo episodio Curto trae addirittura il titolo della sua autobiografia. E non è un dettaglio pittoresco messo lì per alleggerire il tono. È un frammento che racconta quanto il museo sia stato vissuto, in certe stagioni, come una cosa propria, amata, difesa da chi vi lavorava. La cultura, qui, smette di essere un concetto astratto e prende la forma di una fedeltà quotidiana, persino burbera, ma autentica.
L’altra grande eredità del Novecento è l’archivio delle lastre fotografiche, circa quattordicimila immagini oggi rese disponibili online. Non sono semplici documenti d’epoca. Sono il modo in cui il museo torna a vedere se stesso mentre nasceva sul campo. Quelle fotografie degli scavi permettono di seguire i momenti in cui il deserto si apriva, in cui una tomba emergeva, in cui un contesto archeologico veniva registrato prima di essere inevitabilmente trasformato dallo scavo stesso. Perché l’archeologia porta con sé anche un paradosso duro: per conoscere bisogna rimuovere, e ogni rimozione è irreversibile. Scavare significa studiare, ma significa anche distruggere uno stato precedente del terreno. Per questo la documentazione è tutto. Per questo le immagini, i rilievi, le note, i registri diventano parte integrante della verità archeologica. Senza di loro, il passato riemerge e si perde nello stesso tempo.
È da questa consapevolezza che si apre il racconto del ritorno allo scavo contemporaneo. Dal 1° maggio 2015 il Museo Egizio trasforma in una vera missione congiunta con l’Università di Leida il lavoro a Saqqara, riportando Torino dentro una relazione diretta e quotidiana con il terreno archeologico. A Saqqara il museo non manda soltanto una missione. Ci torna con l’idea che la propria identità si giochi ancora lì, nel rapporto tra Torino e il deserto. E il tono della lezione cambia ancora una volta. Sparisce il solo respiro della grande storia e compare quello della fatica concreta. La sveglia alle quattro e mezza, la partenza alle cinque, il deserto attraversato a piedi, la piramide a gradoni di Djoser, la piramide di Unas, il tragitto verso un cantiere che viene chiamato con una formula bellissima e perfettamente torinese: l’ufficio più bello di Torino. È una battuta, certo, ma è anche una definizione precisa. Perché il museo, se è davvero un ente di ricerca, non coincide con le sue sale. Si estende fino al luogo dove la storia torna a emergere.
Lì il lavoro quotidiano assume una forma quasi ascetica. Si scava dalle prime luci fino a poco prima delle due del pomeriggio, poi si rientra e si ricomincia con la digitalizzazione, il database, la ricostruzione dei dati. Niente del cliché dell’avventura archeologica sopravvive davvero a questo ritmo. Quello che resta è disciplina, metodo, attesa. Eppure proprio in questa attesa si aprono le scene più forti. Panhesi, per esempio, arriva come arrivano spesso le cose decisive: da un sito che sembrava già mutilato, quasi svuotato. Una tomba saccheggiata, tagliata, segnata dalla storia violenta del collezionismo europeo. Ed è proprio qui che emerge una delle riflessioni più serie dell’intera lezione. Un museo nasce quasi sempre da una frattura. Gli oggetti vengono strappati a un contesto originario, separati dalla loro posizione nel paesaggio, dal sistema di relazioni in cui erano stati pensati, dal ritmo della vita o della morte a cui appartenevano. Questo non si può cancellare con una formula rassicurante. Ma allo stesso tempo il museo, proprio perché rompe un contesto, ne costruisce un altro: un contesto di studio, di confronto, di interpretazione, di accessibilità. È un paradosso scomodo e fertile insieme. Da una parte il distacco, dall’altra la possibilità di una nuova intelligibilità. È anche per questo che la responsabilità scientifica del museo conta tanto: perché soltanto la ricerca può dare senso a quella frattura e impedire che la collezione diventi un semplice trofeo del passato. E poi una pietra. Su quella pietra un nome. Panhesi. Ripetuto tre volte. E a quel punto tutto cambia. La tomba non è più un guscio. Riacquista un proprietario, una posizione, una densità umana. Accade qualcosa di simile con Yuyu, trovato quasi all’ultimo giorno di scavo, quando il pensiero è preso dai soldi da contare, dalle spese, dai pagamenti in contanti in un paese investito da un’inflazione devastante. La chiamata arriva quasi fuori tempo. C’è una pietra. In realtà c’è una cappella, c’è un nome, c’è una professione raffinata: la lavorazione della foglia d’oro nella “casa dell’oro” del faraone. E ancora una volta il museo si rivela per ciò che è davvero: una macchina che ricompone pezzi dispersi del passato e li rimette in relazione.
Dopo il deserto, dopo i nomi che tornano a galla dalla sabbia, dopo la fatica quasi monastica dello scavo, il racconto rientra a Torino e cambia ancora tonalità. Perché a quel punto la domanda non è più soltanto come si trova il passato, ma come lo si rende visibile, come lo si fa respirare in un museo che porta sulle spalle due secoli di storia e che, proprio per questo, rischierebbe facilmente di vivere di sola autorevolezza riflessa. È qui che il Museo Egizio contemporaneo entra davvero in scena, non come semplice contenitore di capolavori, ma come istituzione che sceglie continuamente in che modo mostrarsi, cosa mettere al centro, quali storie riattivare, quali domande imporre a chi entra.
Una delle svolte più interessanti passa dai papiri. Per anni, dentro il museo, sono rimasti migliaia di frammenti inediti, frammenti che esistevano materialmente ma che, in un certo senso, non esistevano ancora nella sfera viva della conoscenza. Un reperto che non è numerato, catalogato, messo in condizione di essere studiato è come se si trovasse in una terra di mezzo: presente, ma non ancora davvero accessibile. E qui si capisce bene una cosa che nella lezione emerge con grande chiarezza: la ricerca non è un ornamento del museo, è il modo in cui il museo assolve il proprio compito.
I papiri custoditi a Torino aprono un Egitto diverso da quello che il visitatore medio si aspetta. Accanto alle grandi statue e ai sarcofagi, accanto ai nomi dei re e alle formule rituali, compare una trama fittissima di vita quotidiana. Ci sono le liti di famiglia, le questioni di eredità, gli affari minuti, le relazioni clandestine, i rapporti di lavoro, le tensioni di bottega. C’è perfino quello che viene riconosciuto come il primo sciopero documentato della storia. A questo livello l’Egitto smette di essere soltanto monumentale e torna umano, esposto nei suoi piccoli drammi, nelle sue gelosie, nelle sue organizzazioni concrete. È un passaggio decisivo, perché allarga il museo dalla dimensione del meraviglioso a quella del riconoscibile.
La scelta di digitalizzare questi materiali e di aprirli alla collaborazione internazionale va letta dentro questa visione. Non è soltanto un progetto tecnico, non è semplicemente una modernizzazione del lavoro d’archivio. È una dichiarazione di principio: ciò che il museo custodisce deve poter tornare a circolare come conoscenza condivisa. I frammenti vengono fotografati, numerati, resi accessibili, invitando studiosi di paesi diversi a ricomporre testi dispersi, a leggere segni che da soli resterebbero muti. In questo senso il museo non coincide più con il luogo dove la ricerca viene conservata, ma con il luogo da cui la ricerca si diffonde, si moltiplica, si mette in comune. È una trasformazione molto importante, perché cambia anche il significato dell’esposizione: la sala non è più soltanto il posto in cui si vede “il risultato”, ma la parte visibile di un lavoro molto più vasto.
Il punto, letto da una prospettiva consulenziale, è quasi brutale nella sua semplicità: possedere materiali non significa produrre conoscenza. Come nelle imprese, anche qui la differenza è tra avere dati, archivi, esperienze, documenti, e saperli trasformare in orientamento. Un reperto non catalogato resta potenziale. Un dato non letto resta rumore. La qualità di un sistema si vede nel passaggio dalla conservazione alla comprensione, e dalla comprensione alla decisione.
Da qui si arriva a un altro snodo che nella lezione aveva una forza particolare: la responsabilità etica legata ai nomi. Nell’antico Egitto il nome non era un semplice segno identificativo, ma una forma di permanenza. Continuare a pronunciarlo significava continuare a far vivere il defunto. E allora il museo, che custodisce i resti e le storie di persone morte da millenni, non si limita a conservarne gli oggetti: si fa carico di tenerne vivi i nomi. È un’idea semplice, ma ha un peso enorme. Perché trasforma il museo da archivio in relazione. Lo obbliga a pensarsi come luogo di continuità, come spazio in cui chi è scomparso da secoli resta ancora, in qualche modo, interpellante. È anche questo uno dei motivi per cui la ricerca è così centrale: finché un nome viene letto, studiato, restituito, continua a esistere nella sfera della memoria.
Questa idea di museo come istituzione viva prende forma anche in scelte che a prima vista potrebbero sembrare minori, ma che in realtà dicono molto sul modo in cui un luogo culturale decide di stare nel presente. La sala dei vasi è uno di questi casi. Per anni migliaia di vasi sono rimasti ai margini dell’attenzione, quasi inevitabilmente schiacciati dalla forza iconica delle statue, dei sarcofagi, dei corredi funerari più spettacolari. Eppure, per l’archeologia, la ceramica è un materiale fondamentale. Aiuta a datare gli strati, a comprendere la cronologia, a leggere gli usi, a riconoscere la vita ordinaria. È la spina dorsale silenziosa di moltissima conoscenza archeologica. Portare quella materia al centro, dedicarle uno spazio specifico, farne perfino un luogo che può ospitare eventi, incontri, vita culturale, significa prendere una decisione precisa: dare dignità a ciò che per molto tempo era stato percepito come “secondario”, e mostrare che spesso la storia più robusta si costruisce proprio attorno agli oggetti meno appariscenti.
C’è poi il capitolo Nefertari, che nella lezione era raccontato non come semplice celebrazione di un capolavoro, ma come dimostrazione della singolare centralità torinese nel mondo egittologico. La tomba di Nefertari, oggi in Egitto, è chiusa per ragioni conservative. I sali, l’umidità, la fragilità degli intonaci dipinti hanno reso necessario un controllo rigorosissimo dell’accesso. Eppure a Torino esiste qualcosa che restituisce in forma quasi commovente la volontà di rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe irraggiungibile: il modello della tomba realizzato agli inizi del Novecento dopo la scoperta di Schiaparelli. Non è un surrogato povero dell’originale. È un oggetto storico a sua volta, uno strumento di trasmissione e di studio, tanto importante che il Getty e i restauratori lo hanno consultato per comprendere meglio i colori e lo stato originario della tomba. Qui il museo mostra una delle sue forme più alte: rendere accessibile ciò che il tempo e la fragilità degli originali sottraggono alla visione diretta, senza banalizzarlo e senza trasformarlo in intrattenimento. La stessa idea di museo come luogo in cui la ricerca continua a produrre sorprese riappare in un episodio che sembra piccolo e invece racconta molto bene il presente dell’Egizio. Durante il restauro della statua di Horemheb e Amon, una statua che per anni l’occhio aveva quasi percepito come scura, le analisi riportano alla luce una verità diversa: il calcare è bianco, ma dentro quel bianco affiorano tracce di blu egizio. È una scoperta affascinante, perché il blu egizio è uno dei pigmenti sintetici più antichi del mondo, una tecnologia raffinata dell’antichità, e trovarlo lì, dentro una statua apparentemente dominata dal bianco, apre immediatamente nuove domande. Serviva a rendere il bianco più luminoso? È ciò che Vitruvio, secoli dopo, avrebbe chiamato splendor? In quel momento il museo mostra con grande evidenza una delle sue qualità più preziose: anche ciò che sembra già noto, già visto, già classificato, può ancora cambiare significato se viene guardato con strumenti nuovi e con domande migliori.
Un altro nodo potentissimo è Ellesia. La storia del piccolo tempio nubiano donato all’Italia da Nasser porta dentro il museo una dimensione geopolitica e civile che allarga ancora il racconto. Non si tratta soltanto di ricevere un monumento. Dietro Ellesia c’è la grande campagna internazionale per salvare i siti della Nubia minacciati dalle acque del lago Nasser. C’è il contributo italiano, c’è la sfida quasi incredibile dei venti giorni per smontare il tempio e portarlo in salvo, c’è il viaggio del monumento fino a Torino, c’è il suo reinnesto dentro il museo. Quando viene spiegata la scelta di restituirlo gratuitamente ai visitatori, di aprirlo anche come accesso autonomo, si capisce che non è una semplice operazione espositiva. È un modo di rimettere in circolo un pezzo di storia comune tra Italia ed Egitto, di riconoscere che i musei custodiscono anche la memoria delle relazioni internazionali, dei gesti di cooperazione, delle campagne di salvataggio che hanno impedito a interi pezzi di civiltà di sparire sott’acqua.
Poi c’è il grande capitolo dell’allestimento contemporaneo, quello in cui il museo entra davvero in una zona di frizione, di dibattito, di reazione pubblica. Per capire questa parte bisogna ricordare il ruolo di Dante Ferretti. Il suo allestimento, nato in occasione delle Olimpiadi del 2006, aveva dato al museo un volto fortemente scenografico, quasi cinematografico, un Egitto buio, potente, emotivo, pensato per colpire. Doveva essere una soluzione temporanea e invece è rimasta per anni, finendo per coincidere, agli occhi di moltissimi visitatori, con l’immagine stessa del museo. Il problema, però, è che quella scenografia non era un progetto scientifico. Era una risposta efficace a un’esigenza del momento, non il linguaggio adatto a un museo che volesse rendere visibile la propria ricerca.
Ed è qui che entra il nuovo allestimento, con tutte le resistenze e le discussioni che ha inevitabilmente suscitato. La scelta della luce, l’apertura delle finestre, il rifiuto dell’Egitto “oscurato”, la decisione di lavorare con superfici metalliche riflettenti, la nuova disposizione delle statue: tutto questo non nasce da un gusto astratto per il design, ma da una posizione precisa sul rapporto tra passato e presente. Il passato, in un museo, non arriva mai puro. Arriva sempre attraverso una lettura. Le pareti riflettenti, più che specchi in senso semplice, introducono una specie di sdoppiamento: l’oggetto e la sua ombra, la presenza e lo scarto, l’Egitto e l’Egitto letto da noi. È un modo per rendere quasi fisicamente percepibile la distanza che separa il reperto dalla sua interpretazione e, nello stesso tempo, per far capire che proprio dentro quella distanza abita il lavoro del museo.
Naturalmente una scelta così ha fatto discutere. Era inevitabile. Ogni volta che si tocca un’istituzione molto amata si tocca anche l’immagine privata che le persone hanno costruito di quel luogo. Da qui le reazioni, le ironie, le resistenze che accompagnano quasi sempre ogni trasformazione importante. È un passaggio inevitabile quando si tocca un luogo così radicato nella memoria di una città. Ma proprio questo attrito ha un valore: costringe a spiegare meglio le scelte, a chiarire la visione che le sostiene, a mostrare che dietro un allestimento c’è un’idea di museo e non una semplice trovata formale. Un museo che continua a generare discussione, in fondo, è ancora sentito come una presenza viva. E proprio questa resistenza dice qualcosa di importante: un museo che suscita discussioni è un museo ancora vivo. Un museo che lascia tutti indifferenti ha già cominciato a irrigidirsi.
Questa è forse la parte più vicina al lavoro sulle organizzazioni: ogni trasformazione vera modifica anche il patto emotivo con chi si sente parte di quella storia. Per questo non basta comunicare il cambiamento. Bisogna renderlo intelligibile, mostrarne la necessità, dimostrare che non cancella l’identità ma la rende nuovamente praticabile. Il cambiamento debole chiede fiducia; il cambiamento forte porta prove, argomenti e direzione.
In questa stessa logica si capisce la decisione di rendere il museo visibile dalla città. Le finestre aperte, le statue percepibili da fuori, la volontà che chi passa in via Principe Amedeo possa vedere Ramses II anche senza entrare. Qui c’è una scelta culturale fortissima. Il museo smette di comportarsi come un tempio separato e si lascia attraversare visivamente dal tessuto urbano. Il ricordo del Covid, in questo, agisce quasi come una lente. In quei mesi di chiusura, la luce lasciata nelle sale non era una trovata. Era un gesto di presenza. Il museo era ancora lì, accessibile almeno come segno, come corpo vivo dentro una città sospesa. È difficile trovare un’immagine più precisa del ruolo pubblico di un’istituzione culturale.
Infine, il racconto si apre verso il presente più doloroso, quello in cui il museo incontra la guerra contemporanea non come memoria archeologica ma come ferita attuale. L’opera di Ali Cherri, Returning the Gaze, occupa qui un posto specialissimo. Le statue antiche, mutilate, colpite, private degli occhi, del naso, delle mani, vengono pensate nel mondo egizio come corpi a cui era stata tolta la capacità di agire, di vedere, di respirare. Il gesto dell’artista consiste allora nel restituire simbolicamente ciò che è stato sottratto: una forma di sguardo, una protesi, una riparazione. È un lavoro potente già in sé, ma acquista una forza ancora più grande quando si intreccia alla vicenda personale dell’artista, colpito direttamente dalla guerra in Libano. A quel punto il museo si rivela per ciò che è sempre stato in profondità: non soltanto un luogo dove il passato viene ordinato, ma un luogo dove il passato e il presente continuano a ferirsi e a interrogarsi a vicenda.
E allora sì, alla fine del racconto il Museo Egizio di Torino appare come qualcosa di molto più grande di una raccolta straordinaria. Appare come un’istituzione che tiene insieme due esigenze difficili da conciliare: la fedeltà alla memoria e il coraggio della trasformazione. Tiene vivi i nomi, custodisce i contesti, difende la ricerca, si espone al dissenso, attraversa il tempo senza trasformarsi in reliquia di sé stessa. Ed è proprio questo che lo rende interessante non solo per chi ama l’archeologia, ma per chiunque voglia capire come una grande istituzione culturale possa continuare a vivere senza smettere di cambiare.
Cosa insegna davvero questa storia a chi lavora con le organizzazioni
La parte più interessante di serate come questa, almeno per me, comincia quando il racconto finisce.
Non perché venga meno il fascino della storia, ma perché a quel punto la storia comincia a restituire qualcosa che va oltre sé stessa. E il Museo Egizio, ascoltato così, non parla soltanto di archeologia, di collezioni, di scavi o di museografia. Parla di come nascono le istituzioni che durano. Parla di come si mantiene viva un’organizzazione senza tradirne la profondità. Parla di come la ricerca costruisca autorevolezza molto più della rappresentazione. Parla, in fondo, di leadership.
La prima cosa che questa storia mostra con grande chiarezza è che le istituzioni forti non nascono mai per inerzia. Nascono da una sequenza di decisioni che, nel momento in cui vengono prese, sembrano spesso sproporzionate, premature o persino eccentriche. Napoleone porta gli studiosi in guerra. Drovetti costruisce una collezione enorme dentro un contesto politico incerto. I Balbo leggono quella collezione come una leva strategica e non come una curiosità colta. Il Regno di Sardegna compra qualcosa che lo supera. Champollion, con la sua insofferenza, costringe Torino a meritarsi scientificamente ciò che possiede. Schiaparelli rifiuta l’idea di un museo che si limiti a custodire e lo rimette in cammino verso il deserto. Nessuno di questi passaggi ha il tono della gestione ordinaria. Tutti hanno il tono della visione.
Questo, per chi lavora con le organizzazioni, è un punto cruciale. Molte istituzioni si indeboliscono quando cominciano a pensarsi come risultati acquisiti, quando scambiano la reputazione accumulata per una garanzia futura, quando si adagiano su ciò che hanno già fatto. Il Museo Egizio, nella sua storia migliore, mostra il contrario: un’istituzione resta viva quando continua a considerarsi un cantiere di responsabilità, non una rendita di prestigio.
La seconda lezione è ancora più importante: l’autorevolezza vera si costruisce sulla ricerca, non sull’immagine. Questo vale per un museo, ma vale perfettamente anche per un’impresa, per una fondazione, per una leadership pubblica. Nella lezione si vede benissimo che il museo non coincide con le sue sale. Coincide con gli scavi, con i papiri da studiare, con le lastre fotografiche da rileggere, con il blu egizio che riaffiora durante un restauro, con Panhesi e Yuyu che tornano ad avere un nome, con la collaborazione internazionale che ricompone frammenti dispersi. L’esposizione è la parte visibile. La ricerca è la sostanza che la rende legittima.
È un punto che mi interessa molto anche professionalmente, perché somiglia a ciò che accade in tante organizzazioni contemporanee. Si investe moltissimo nella rappresentazione — comunicazione, posizionamento, linguaggio, immagine — e molto meno nel lavoro che dovrebbe renderla credibile. Il museo, invece, ricorda una cosa semplice: la reputazione regge solo se è sostenuta da una infrastruttura di studio, metodo, cura, revisione continua. Quando questa infrastruttura c’è, la comunicazione diventa naturale. Quando manca, la comunicazione diventa decorazione.
È qui che il racconto tocca anche il tema della reputazione, che non è mai soltanto un problema di visibilità. La reputazione non nasce dal modo in cui ci si racconta, ma dalla coerenza tra ciò che si custodisce, ciò che si decide e ciò che si mette continuamente alla prova. Vale per un museo, vale per un’impresa e vale anche per le traiettorie professionali individuali. Si può comunicare bene per un po’ anche senza sostanza; non si può però durare senza un’infrastruttura reale di competenza, metodo e responsabilità.
C’è poi una terza lezione, più delicata e più profonda, che riguarda la memoria. La lezione mostrava bene che un museo nasce quasi sempre da una frattura: gli oggetti vengono tolti dal loro contesto originario, separati da un paesaggio, da una funzione, da una storia situata. Questo dato non può essere addolcito. Eppure il museo, proprio partendo da quella frattura, costruisce un nuovo contesto di studio, interpretazione e accessibilità. Qui si gioca una responsabilità enorme: custodire la memoria senza trasformarla in scenografia. È un equilibrio difficile. Se si semplifica troppo, la memoria diventa intrattenimento. Se la si irrigidisce troppo, diventa reliquia muta. Il Museo Egizio, almeno nelle sue scelte migliori, prova a stare in quella tensione. E per chi osserva le istituzioni questo è un insegnamento serio: ogni organizzazione che custodisce eredità, sapere o cultura deve continuamente chiedersi se sta onorando una profondità o se la sta semplicemente usando come immagine.
Qui il tema dei nomi è, per me, uno dei punti più forti di tutto il racconto. Nell’antico Egitto continuare a pronunciare il nome di qualcuno significava continuare a farlo esistere. Un museo che prende sul serio il proprio compito tiene vivi i nomi. Li studia, li restituisce, li sottrae alla sparizione. È un’immagine bellissima e insieme molto esigente. Perché dice che custodire non basta. Bisogna restituire presenza. Bisogna rendere nuovamente leggibile ciò che il tempo aveva coperto.
La quarta lezione riguarda il cambiamento. Ed è qui che la storia del museo si avvicina molto ai dilemmi di qualunque organizzazione che debba trasformarsi senza perdere autorevolezza. Gli allestimenti di Ferretti e poi di OMA, la luce, le superfici riflettenti, l’apertura visiva verso la città, la sala dei vasi, la discussione pubblica che ogni scelta ha generato, tutto questo mostra una cosa molto concreta: il cambiamento non si legittima con il gusto, ma con la visione. Se cambi soltanto per sembrare nuovo, produci rifiuto o indifferenza. Se cambi per rendere più vera la tua missione, allora anche il dissenso diventa parte del processo di chiarimento. Nella lezione questo passaggio era fortissimo. Le reazioni non venivano negate né ridicolizzate. Venivano assunte come prova del fatto che il museo continua a contare abbastanza da generare attrito.
Questo è molto rilevante per chi, come me, guarda alle organizzazioni da una prospettiva strategica. La resistenza al cambiamento non si supera con l’arroganza del nuovo, ma con la forza argomentativa di una direzione. Le persone accettano una trasformazione quando capiscono che serve a portare l’istituzione più vicino alla sua verità, non più lontano.
Infine c’è un aspetto che considero decisivo: il rapporto tra istituzione e città. Il museo che si lascia vedere da fuori, la luce che resta come segno di presenza, le finestre che smettono di farne un fortino chiuso, tutto questo racconta un’idea di ruolo pubblico molto precisa. Un’istituzione culturale non esiste soltanto per chi la visita. Esiste anche per il modo in cui si rende presente nel paesaggio simbolico di una comunità. È un punto che vale ben oltre i musei. Ogni organizzazione che voglia avere un ruolo pubblico reale deve chiedersi come essere visibile senza diventare esibita, come essere accessibile senza banalizzarsi, come restare autorevole senza chiudersi.
È forse questo il motivo per cui la storia del Museo Egizio, ascoltata con attenzione, finisce per parlare molto più in generale di governo delle istituzioni. Non di gestione, nel senso amministrativo più povero del termine. Di governo. Cioè della capacità di tenere insieme eredità e decisione, memoria e ricerca, identità e trasformazione, profondità e presenza pubblica.
Ed è precisamente qui che, per me, questo racconto smette di essere soltanto la storia di un museo.
Diventa una lezione molto seria su ciò che rende un’istituzione degna di durare.
Per questo ho trovato questa serata preziosa anche oltre il suo contenuto culturale. Perché dietro il racconto del Museo Egizio c’era una lezione più ampia: le organizzazioni non durano perché conservano qualcosa, ma perché sanno continuare a dare senso a ciò che conservano. E quando riescono a farlo, diventano molto più di un luogo, di un marchio o di una storia riuscita. Diventano una forma di responsabilità pubblica.
FONTI ESSENZIALI E RIFERIMENTI DI CONTESTO.
Questo testo nasce dalla partecipazione dell’autrice a una serata organizzata dai Lions a fini benefici, dedicata al Museo Egizio di Torino, e dalla successiva rielaborazione personale dei contenuti emersi durante l’incontro, con particolare riferimento al racconto e alle riflessioni proposte da Christian Greco.
Non si tratta di un saggio accademico specialistico, ma di una lettura narrativo-consulenziale: una riflessione che parte da un’esperienza culturale e la interpreta attraverso le lenti dell’organizzazione, della leadership istituzionale, della reputazione, della ricerca e del cambiamento.
I riferimenti indicati di seguito non sostituiscono un apparato bibliografico specialistico, ma offrono fonti di contesto per i principali passaggi storici, museali e istituzionali richiamati.
- Fonte primaria dell’elaborazione: partecipazione diretta dell’autrice alla serata Lions dedicata al Museo Egizio di Torino e rielaborazione degli appunti personali tratti dall’intervento di Christian Greco.
- Museo Egizio, La storia del Museo, museoegizio.it/scopri/storia/
- Museo Egizio, Missione italo-olandese a Saqqara, https://museoegizio.it/missioni-archeologiche/missione-italo-olandese-a-saqqara/Museo Egizio, Ellesiya 50 anni dopo: il salvataggio e il trasferimento del tempio a Torino, https://museoegizio.it/esplora/appuntamenti/ellesiya-50-anni-dopo-il-salvataggio-e-il-trasferimento-del-tempio-a-torino/
- OMA, The Gallery of the Kings at Museo Egizio 2024, https://www.oma.com/projects/the-gallery-of-the-kings-at-museo-egizio-2024
- Museo Egizio, Who holds the gaze? When objects look back – Ali Cherri, https://museoegizio.it/esplora/appuntamenti/who-holds-the-gaze-when-objects-look-back-ali-cherri/

